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1.0 è moderno, 2.0 è postmoderno. Lo dice pure Larry Wall.

Sto preparando la presentazione per questo dove presenterò questo, e mi sono trovato a rileggere un pezzo di Larry Wall sul postmodernismo che all’epoca citai addirittura in tesi, tanto m’era piaciuto a mi aveva ispirato.

Il punto chiave? La contrapposizione mica da poco tra E (and) e O (or).

Peraltro io trovo Wall, in generale, molto piacevole da leggere. È tipo filosofia del linguaggio, ma informatico. Ed è un po’ più abbordabile di un Eco.

Ve lo consiglio. Lo trovate qui. Enjoy.

Cmq, prima o poi imparo a programmare.

Il dono della parola

Hai mai pensato da dove viene la lingua che parli? Non il concetto astratto di lingua: dico proprio la tua di lingua, la tua versione particolare di quel sistema astratto.
(Per chi ama i tecnicismi: sì, parlo di parole, contrapposta alla langue).

Sappiamo che le parole, specialmente all’inizio, non si imparano in un colpo solo. Ci vuole tempo. Dove avrai sentito per la prima volta una certa parola? In quale momento specifico? Qual’è il primo ricordo che le hai legato? Da chi l’avrai sentita?

Troppo spesso pensiamo alla lingua come ad un concetto astratto, dimenticando che quell’astrazione ha una base molto concreta.

Le parole che ci scambiamo tutti i giorni sono un bene comune che, pur rimandendo sempre di tutti, diventano anche personalmente nostre nel momento in cui le associamo alla nostra vita vissuta.
Le parole sono nostre perché ci evocano qualcosa, ci ricordano qualcuno, dei momenti, degli avvenimenti.
Prova a pensarci, basta scegliere delle parole a caso: pera…azzurro…maschera…pennello…ognuno di noi le rimanda a qualcosa di personale. Non necessariamente diverso. A volte anche uguale. Ma personale.
Le parole sono nostre perché grazie ad esse diamo forma alla nostra memoria, alla nostra storia, a chi siamo.

Noi siamo le nostre parole.

Le parole collegate tra loro e ai nostri ricordi danno forma al nostro DNA semantico.
Ognuno ha il proprio, unico ed irripetibile, preziosissimo ma al tempo stesso di nessun valore se non condiviso.

Allo stesso modo il bello delle parole è che possiamo donarle a qualcun altro, magari qualcuno che sta imparando la lingua, che potrà a sua volta usarle per raccontare la sua storia, pur senza che quelle stesse parole perdano per noi alcun significato.
E noi non possiamo sapere che parola doneremo e in quale momento, perché è un dono che mettiamo a disposizione, ma che viene accettato soltanto al momento più opportuno per il beneficiario.

Pensate all’espressione “avere il dono della parola”: non la trovate un po’ insensata?
Un dono non si ha. Un dono si riceve. Forse ce lo siamo dimenticati, e la nostra lingua ce lo ricorda.