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Se bastasse una bella canzone…

Qualche tempo fa, al concerto di Brunori SAS, ho avuto un illuminazione interessante.

Assunto un approccio emergentista per lo sviluppo di competenze linguistiche (una volta esposti ad abbastanza stimoli linguistici il nostro cervello inizia a fare generalizzazioni, trova schemi ricorrenti e li rende regole), iniziare ad imparare una lingua è molto simile a provare a cantare una canzone che ci piace ma non conosciamo, mentre la ascoltiamo per la prima volta.
La ascoltiamo mentre va, e all’inizio ne ricerchiamo le regolarità.

Tipo il ritornello.
È la parte più facile perché è quella che sentiamo più spesso (cioè è saliente). È pure formulaico, cioè una cosa che “impariamo” e “usiamo” (cantiamo) così com’è senza indagarne a fondo la struttura o il suo significato nella canzone. Il valore è, specialmente ad un concerto, quello di condividere quel momento con qualcun altro. La canti perché è un modo per stabilire un contatto con gli altri che la cantano, perché la sai anche tu. Allo stesso modo il primo approccio formulaico alla lingua è semplicemente funzionale a riuscire ad interagire linguisticamente con gli altri, a stabilire un contatto, anche senza dominare tutte le regole che ci stanno sotto. (La prima volta che stabilisci un contatto linguistico ti senti un grande. Qualcuno ti tiene una porta, tu li ringrazi – danke, arigatou, abrigado, kop khun krap… – e loro ricambiano con un un sorriso, un cenno della testa, o magari una formula sconosciuta e borbottata in fretta che puoi sospettare significhi qualcosa tipo “prego”, et voilà, è successa la magia, hai stabilito un contatto linguistico, magari in Thai. Mica male. Anzi ottimo, perché si comincia proprio così.)
Ci piace la canzone, vogliamo cantarla (a.k.a. motivazione intrinseca), e star dietro al ritornello è il modo più semplice per farlo.

Le scrissi più o meno duecento poesie
La prima diceva così..

Poi vengono aspetti più strutturalmente complessi, potremmo dire più “morfosintattici”, come ad esempio il ritmo abbastanza lento che ci permette di completare un participio passato e aggiungere un’altra piccola tessera al nostro puzzle musicale, perché sentita la prima parte della parola sappiamo cosa ne seguirà. A far questo ci aiutano anche le rime, cioè il contesto.

Eh, che cosa vuoi che ti dica?
Con te sto bene anche se ormai è finiiiiii….

Altro esempio, poi, sono le collocazioni (che ritornano spesso, non a caso):

Chiedilo a Marilyn
quanto l’apparenza…

Si comincia così.
Poi la ascolteremo di nuovo, riprovando a canticchiarla. Ora un po’ sappiamo di che parla e sappiamo anche già un po’ che cosa aspettarci (cornice-frame).
Un po’ per volta, sulla base di quello che abbiamo imparato prima, inizieremo ad attaccarci pezzi, fintanto che ci rimarrà forse soltanto un piccolo “punto debole”, forse una rimache proprio non ci entra in testa. A quel punto però forse non ce ne importerà abbastanza e ci andrà già bene così (fossilizzazione), o avendo ormai acquisito il resto e avendo tutte le risorse cognitive a nostra disposizione da concentrare su quel frammentino, pignoli come siamo, completeremo l’opera.

Magari se ci capitasse di non sentirla e canticchiarla per tanto tempo ci arrugginiremmo un po’, ma basterebbe poco per rinfrescarci la memoria, e subito torneremmo “fluenti”.

Una volta imparata, poi, saremmo inoltre in grado di riproporla anche senza averla di sottofondo. Avendola cioè ormai “fatta nostra”, la dipendenza  dal contesto si allenta, fino al punto da riuscire ad influenzarlo noi stessi, come quando cambiamo le parole di una canzone per scherzarci, o come quando, dopo aver sentito usare diverse volte un’espressione, la riprendiamo e proviamo ad usarla in un certo contesto, attenti al feedback del nostro interlocutore: se va tutto liscio, probabilmente, l’abbiamo usata bene.

Per dire, le cose che mi passano per la testa pure quando sto ad un concerto fico.

 

Aggiornamento 06/07/2014:

pare che il buon Dario (o forse lo staff per lui?) abbia apprezzato il suo ruolo di musa glottodidattica:

brunorisaspreferiti

Fatelo, come esperimento, questo delle canzoni. Se ancora non lo conoscete magari potete cominciare proprio con Brunori. E visto che è pure estate sparatevi direttamente un concerto, no? Le date le trovate qui.

 

Esercitazioni pratiche di glottodidattica 2.0

Questa mattina Tweetaliano ci ha fornito un fantastico esempio delle cose che vado dicendo (e pubblicando) da un po’, e cioè di come il Web 2.0 funga da infrastruttura perfetta per supportare le dinamiche di apprendimento linguistico:

Non vedo l'ora

 

Spontanea. Interattiva. Contestuale. On demand. Ha potenzialmente tutto quello che serve per trasformarsi in acquisizione stabile.

La conversazione originale su Twitter la trovate qui.

Realtà Aumentata (dalla lingua)

In occasione della Giornata Nazionale per la Promozione della Lettura (a parte il fatto che sul sito del governo parlano di lettura e nominano l’ipod…volevi dire Ipad nonno? Mavveprego…) del prossimo 24 Marzo, è stato realizzata uno spot davvero carino:

Proprio qualche giorno fa ad un workshop sull’apprendimento nelle Smart Cities a cui ho partecipato, parlando principalmente a non-linguisti, una delle immagini che più li ha colpiti è stato il fatto che presentavo la lingua da un punto di vista un po’ particolare, affiancando la lingua e la realtà aumentata. Vi anticipo un passaggio del paper, in via di pubblicazione.

“Semplicemente alzando gli occhi sul mondo che ci circonda si realizza come, grazie alla lingua, siamo in grado – e di fatto lo facciamo continuamente – di etichettare, “taggare” qualsiasi cosa intorno a noi, dagli oggetti ai concetti astratti. Imparare e parlare una lingua straniera, a seconda di quanto si è fluenti, arricchisce considerabilmente il ventaglio di tag a disposizione. […] Se una lingua rappresenta un punto di vista sul mondo, come un livello di realtà aumentata che contribuisce a dare forma alla nostra percezione, chi parla più di una lingua ha accesso a tanti livelli quante sono le lingue conosciute. La lingua aumenta la nostra realtà, permettendoci di taggare il mondo attorno a noi con nomi, concetti, narrazione.”

Lo spot in questione è geniale, e esemplifica perfettamente il messaggio che in maniera un po’ più ingessata cercavo di far passare tra le righe sopra riportate: le parole sono porzioni di significato condiviso che arricchiscono la nostra realtà e noi, ponti tra noi e altre persone, grazie alle quali e tramite le quali costruiamo la nostra narrazione comune, la realtà in cui viviamo.

Pare metafisica, ma è molto concreto. E comunque è sull’Ipad che si legge eh. Però gran bello spottino, bravi.

Ecco un esempio concreto di quello che intendo quando affermo che secondo me la lingua va vista come un tool 2.0 (e ciò è valido sempre, ma diventa particolarmente evidente quando la analizza mentre viene appresa in un contesto L2).
Qualcuno potrà rimanere stupito, in quanto l’approccio è radicalmente diverso da quello tradizionale; le basi teoriche, tuttavia, ci sono e sono solide, per cui se l’idea vi incuriosisce e stimola sappiate che è di questo genere di cose che si discuterà (spero con il vostro contributo) su queste pagine.

Il Gobbi's unauthorized blog

Non mi chiedete il perché o il per come, ma stamattina mi è venuta in mente questa: l’avete visto Transformers, il film? Ecco, avete presente Bumblebee, la Camaro gialla che parla tramite l’autoradio? Prende spezzoni di trasmissioni radio inerenti a quello che vuole comunicare e li riusa, “ritagliandoli”, per esprimersi.

Ora, ce l’avete presente Homer, il bimbo iraniano studiato da Judy Warner-Gough alla base dell’ipotesi interazionista di Long? Quello di “Where are you going is home”? (Se non ce l’avete presente, pag. 63 del pdf, o 49 del testo) Ecco, praticamente Bumblebee fa la stessa cosa: utilizza spezzoni di lingua a sua disposizione e li rielabora per comunicare, come, per l’appunto, un apprendente di lingua in contesto L2.

Bumblebee può permettersi di comunicare in tal modo perché ha a disposizione un database molto vasto a cui fare riferimento, prendendo ciò che gli fa comodo e adattandolo alle proprie necessità comunicative…

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