3 anni di dottorato, si parte da qui.

Come vi dicevo, sono il fortunato vincitore di un dottorato con borsa all’università degli studi di Salerno.

Questo post è per condividere il progetto di ricerca che ho presentato per la selezione. Il progetto rappresenta una prima bozza per darmi una direzione, tuttavia suscettibile di modifiche, cambi di rotta, approfondimenti su aspetti specifici. Sono benvenuti i commenti.

Tra un’oretta si riunisce in collegio docenti a Fisciano, e mi verrà assegnato un tutor o, forse, una co-tutela. Vi aggiorno. In base quello, poi, si inizierà a discutere di come impostare questi 3 anni di ricerca che ho davanti.

Intanto, ecco il progetto originale. Si parte da qui.

Andrea Gobbi – Progetto Dottorato di Ricerca – SdC – Unisa

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Quei momenti, in cui stai iniziando ad imparare una lingua.

(Dedicato a Mario, che mi parla in Tedesco.)

La parte difficile, ma anche la parte bella, dell’iniziare ad imparare una nuova lingua, sta in quei momenti, i primi tempi, in cui stai perennemente all’erta, prestando più o meno attenzione a quello che succede attorno a te.

Magari la gente bada poco a te, perché, per l’appunto, sa che parli poco, e capisci poco, per cui si sente libera di esprimersi. Il più delle volte non parlano con te, però tu ascolti. Quando parlano con te magari scelgono le parole, cercano di farsi capire, e tu lo sai perché ti rendi conto che capisci molto di più rispetto a quando parlano semplicemente tra di loro. E quando lo fanno stai all’erta. Ascolti. Scruti. Analizzi. La maggior parte delle cose sei costretto a buttarle via, troppo difficili per te, in questo momento non ti sono utili.

Ogni tanto, però, riconosci una parola, o una serie di parole, un’espressione, conosciuta.

Allora fai riferimento al tuo cosiddetto loop fonologico, e attacchi a quel frammento conosciuto le appendici che ci stavano vicine, prima e dopo, e le analizzi. Con l’aiuto del contesto, magari, capisci di cosa si sta parlando. E costruisci. Costruisci la tua personalissima versione di quel software conosciuto come lingua.

Anche meglio, a volte riesci anche ad andare a pescare tra le risorse linguistiche a tua disposizione, e ad intervenire a proposito. E ti inserisci. Basta poco. “Lo so”. “Forse”. “Non credo”.
Hai stabilito un contatto. Il tuo interlocutore, sulla base di una argomento terzo, si renderà conto che fai parte della conversazione, che capisci, magari ancora poco, però capisci. Ti esprimi.

Esprimersi. È un’espressione sottovalutata. Spesso viene usata solo come “dire qualcosa”, ma in realtà comporta un significato molto più profondo. Significa che attraverso le parole, poco a poco, riesci ad esprimere te stesso, il tuo pensiero, la tua unicità. Solo il tuo punto di vista personale avrebbe potuto fornire quel contributo, per quanto piccolo. Piccolo ma prezioso, perché solo tu avresti potuto generarlo.

E sulla base di quell’evento linguistico ti verrà offerta la possibilità di edificare ulteriormente, costruendo, poco a poco, la tua identità in quella nuova lingua. Per questo, imho, si dice che uno è tante volte uomo quante sono le lingue che parla.

 

Nuovi orizzonti.

Un piccolo post per due cosine.

Condivido, innanzitutto, la prefazione di Wu Ming alla traduzione italiana di Convergence Culture di Henry Jenkins, in quanto molti punti mi sembrano appropriati ai temi trattati in questo blog:

http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/culturaconvergente.htm.

Il fatto che io mi trovi ora a scoprire certi approcci e certi autori lo trovo significativo del mio percorso di allargamento di orizzonti, che dalla linguistica e glottodidattica in senso stretto si sposta funzionalmente verso un approccio ben più ampio.

In realtà l’approccio mio ha sempre teso ad orizzonti più estesi, ma non c’è dubbio che il percorso di studi intrapreso finora mi abbia certamente influenzato in prospettiva linguisitica. Ora però (e questa è la seconda cosa), sta ufficialmente per aprirsi un altro capitolo della mia vita, con il mio prossimo trasferimento all’Università di Salerno, dove sto per iniziare un dottorato in scienze della comunicazione, che mi fornirà approcci, strumenti e spunti nuovi per proseguire le mie ricerche.

All’aspetto accademico, già di per se molto interessante, tutto ciò avrà una ricaduta notevole su di me personalmente: il mio percorso formativo continua e sta per arricchirsi, dopo 10 anni a Perugia, di un ulteriore trasferimento a sud. Non vedo l’ora. Ospite in questi giorni di due amici avellinesi di vecchia data, inizio la mia graduale immersione linguistica e culturale verso la campania e il sud. Vorrei avere il modo di monitorare i miei progressi, l’allargamento del mio italiano che andrà ad arricchirsi di nuove strumenti, competenze, parole, strutture, possibilità. Sono in-va-sa-to.
Devo trovare un modo per tracciare la mappa di questi nuovi territori sociolinguisitici, ma non sarà semplice. Vi tengo aggiornati. E se qualcuno mi legge da Salerno, arrivo!

🙂

 

Bilingui digitali

[Ciò che segue giaceva sotto forma di schizzo sul mio taccuino già da diversi mesi. Mi riproponevo sempre di trascriverlo e non lo facevo mai. A rileggerlo lo trovo un po’ confusionario, incompleto, ma continuo a ritenerlo un abbozzo interessante di idea. I rimaneggiamenti che ho apportato sono minimi, ve lo do praticamente così com’è venuto, una notte, dopo una chiacchierata con un amico sulle scalette di Perugia. Giudicatelo, quindi, alla luce di ciò. Se siete critici nei confronti del concetto di beta perpetua, potete anche lasciar perdere in partenza.]

Io sono nato il 10 marzo 1984, a Cavarzere, in provincia di Venezia.

Qualche anno più tardi, Internet avrebbe fatto il suo ingresso trionfale nella società attraverso il World Wide Web, cambiando per sempre il nostro modo di comunicare in maniera così radicale come in precedenza solo il passaggio dall’oralità alla scrittura, secondo il modesto parere, era riuscito a fare.

Cambia la percezione, il ruolo della lingua di organizzare la conoscenza, i rapporti umani. In ultima analisi, cambiano gli equilibri del potere.

Questo momento di passaggio pone me e la mia generazione in una situazione molto particolare. Noi, infatti, abbiamo vissuto abbastanza a lungo nel mondo precedente al cambiamento da ricordarcelo, da capire come funzionavano le cose, da poter inferire sulle sue dinamiche così da poterle astrarre, concependo come logico anche ciò di cui abbiamo avuto solo esperienza indiretta, banalmente perché troppo giovani. Non lo abbiamo vissuto, ma lo comprendiamo e troviamo plausibile.

(Il ruolo stesso della memoria cambia!)

Allo stesso modo, eravamo abbastanza giovani per entrare nella nuova dimensione e farla nostra. Siamo la prima generazione di immigrati digitali, arrivati all’età giusta per essere bendetti da bilinguismo quasi perfetto. Non siamo tardivi, non siamo nativi: siamo i bilingui digitali.
Senza dubbio siamo tra i pochi in questa condizione. Anche qualcuno prima di noi è diventato parecchio bravo, ma la sua è ottima competenza L2, non bilinguismo. In ogni caso, il modo in cui c’è arrivato è attraverso uno dei margini della società della generazione precedente. Come per le prime giraffe, una sua casuale peculiarità ad un certo punto si è rivelata una risorsa. Per noi il discorso è diverso. Noi ci siamo proprio nati davanti, tutti. Le branchie ci sono venute spontaneamente perché eravamo pronti ad evolverci anche così, non è che già le avessimo (Devo andarmi a rivedere Baricco, in merito).

E subito dopo di noi i nativi, senza i nostri ricordi, logica, visione del mondo andato.

La nostra stretta generazione è un traghetto culturale, una cerniera tra due mondi, e questo ci carica di responsabilità, ma rappresenta anche un enorme potenziale a nostra disposizione.
Saremo, ad un certo punto, gli ultimi depositari e parlanti di quella lingua analogica, già detronizzata in quanto regina della comunicazione, superata dalla sua parziale evoluzione, ridimensionata ad alternativa possibile, specializzata in quanto maggiormente adatta a particolari ambiti.

[E per concludere, un po’ di cose che nei mesi in cui avevo ‘sta roba in mente ma non la trascrivevo mi c’hanno fatto ripensare:

Un video di Zerocalcare al Wired Next Fest 2013, in particolare al minuto 3.35 sul mix di strumenti analogici e digitali, e al minuto 5.25 sul ruolo generazionale di cerniera tra due mondi (in questo caso vissuta con un po’ di stress).
Se poi nn avete familiarità con le vignette in questione, che meritano, ecco i link:Zerocalcare – Salva ogni 5 minuti
Zerocalcare – I vecchi che usano il pc

Inoltre, l’incipit di un articolo sulle evoluzioni degli strumenti tecnologici pubblicato da Linkiesta fa riferimento a quel momento preciso in cui abbiamo iniziato a mutare, a sviluppare le branchie: quando tra le nostre medie e superiori sono arrivati i cellulari.

A questo proposito, anche se sono in conclusione, voglio condividere un aneddoto: ricordo perfettamente il momento in cui ho scoperto, assieme ad amici, gli sms.
Per me fu come se li avessimo DAVVERO scoperti noi, nel senso che sì, c’avevano messo dentro quell’opzione nei telefoni, ma non è che c’avessero pensato più di tanto e la gente la usasse davvero: l’avevamo scoperta  proprio noi. Probabilmente, per com’era il mondo all’epoca, ancora relativamente poco interconnesso, la nostra percezione era esatta, perlomeno per il mondo in cui vivevamo noi: la provincia italiana. Io e altre due amiche delle medie avevamo appena iniziato il primo anno di superiori, e dal paese natale, Cavarzere, ogni mattina prendevamo il treno (o meglio, la littorina), per andare a Venezia a frequentare l’Algarotti, istituto tecnico per il turismo: 50km circa e un’ora e mezza di treno all’andata e altrettante al ritorno. Partivamo alle 6.20 la mattina e rientravamo alle 3 del pomeriggio. Tutti gli altri andavano nel paesino vicino, corriere alle 7.30 e a casa per pranzo. Fatto sta che i nostri apprensivi e attenti genitori di provincia ci avevano munito già all’epoca dei primi modelli di telefono cellulare, perché “andate lontani” e “non si sa mai”. Le lunghe ore di treno e la curiosità verso il nuovo strumento conciliavano lo smanettamento. Ricordo perfettamente il momento in cui, esplorando il menù, mi imbattei nell’opzione “messaggi”. Apro, vengo invitato a scrivere qualcosa (o forse prima volevano il numero addirittura, trattandosi di un vecchio motorola, nn ricordo), il mio inconsapevole “hello world” negli sms. Quindi mi viene chiesto un numero. Chiedo a Deborah, o a Laura, le mie compagne di scuola e viaggi. Invio. Squilla il telefono di fronte a me. Era arrivato il messaggio. Stupore. Delirio. Eureka. Era iniziato. Poi, naturalmente, scoprimmo pure che costava, e quindi partimmo con i sopracitati squilli. In ogni caso, per noi, la rivoluzione era iniziata: in quel momento preciso, in una vecchia littorina sulla tratta Adria-Venezia. Storia.]

Sostegno inaspettato: Rob Brezsny!

Appena arrivato il nuovo Internazionale in pdf. Ritualmente mi fermo 3 minuti, lo scarico, apro il pdf, vado all’ultima pagina, comincio a risalire, le regole, le vignette, e quindi l’oroscopo:

Schermata del 2013-11-07 13:30:31Il primo step della lingua 2.0 è quello di procurarsi i pezzi, ma presto, acquisita un po’ di dimestichezza, non ci potremo esimere dal remixarli, modificandoli a nostro piacimento, riutilizzandoli in nuovi contesti, copiandone la struttura ma cambiandone il contenuto o, viceversa, carpendone il contenuto ma inserendolo in una struttura diversa dall’originale, magari a sua volta copiata da qualche altra parte. In poche parole, come dice bene il buon Rob Breznsy, esplorando quello che c’è fuori della nostra zona di sicurezza.

Se poi come me siete proprio dei pesci, ve lo dice pure l’oroscopo più fico della terra, che volete di più?

Dopo l’oroscopo, i fumetti. E ora si torna al lavoro.

 

1.0 è moderno, 2.0 è postmoderno. Lo dice pure Larry Wall.

Sto preparando la presentazione per questo dove presenterò questo, e mi sono trovato a rileggere un pezzo di Larry Wall sul postmodernismo che all’epoca citai addirittura in tesi, tanto m’era piaciuto a mi aveva ispirato.

Il punto chiave? La contrapposizione mica da poco tra E (and) e O (or).

Peraltro io trovo Wall, in generale, molto piacevole da leggere. È tipo filosofia del linguaggio, ma informatico. Ed è un po’ più abbordabile di un Eco.

Ve lo consiglio. Lo trovate qui. Enjoy.

Cmq, prima o poi imparo a programmare.

Di parole e verità. Ovvero, magari tutti diranno pure “I love you”, ma tocca vedere.

Ancora a proposito di parole e significato:

Il Gobbi's unauthorized blog

Spesso si dice he le parole, se abusate, si svuotano del loro significato.

Ciò, in realtà, è inesatto.

Una parola in sé non può svuotarsi di significato, in quanto ne è soltanto il tramite, il veicolo. Per quante volte possiamo dire a nostra madre che le vogliamo bene, quel “ti voglio bene” non si sminuirà mai, perché il significato a cui fa riferimento è genuino.

Il problema, spesso, sta nell’uso improprio che viene fatto della parola sotto accusa.
Si pretende che basti la parola, come se fosse essa, automaticamente, a permettere la concretizzazione magica del contenuto grazie alla mera forma, o peggio, mascherando qualcosa da qualcos’altro.

La lingua, strumento potentissimo, è dotata di meccanismi di giustizia interni.
La prima, e non a caso è in questa posizione, delle 4 massime conversazionali di Grice recita:

“Sii sincero, fornisci informazione veritiera, secondo quanto sai”

(“Be truthful. Do not say what you believe…

View original post 105 altre parole

Il dono della parola

Hai mai pensato da dove viene la lingua che parli? Non il concetto astratto di lingua: dico proprio la tua di lingua, la tua versione particolare di quel sistema astratto.
(Per chi ama i tecnicismi: sì, parlo di parole, contrapposta alla langue).

Sappiamo che le parole, specialmente all’inizio, non si imparano in un colpo solo. Ci vuole tempo. Dove avrai sentito per la prima volta una certa parola? In quale momento specifico? Qual’è il primo ricordo che le hai legato? Da chi l’avrai sentita?

Troppo spesso pensiamo alla lingua come ad un concetto astratto, dimenticando che quell’astrazione ha una base molto concreta.

Le parole che ci scambiamo tutti i giorni sono un bene comune che, pur rimandendo sempre di tutti, diventano anche personalmente nostre nel momento in cui le associamo alla nostra vita vissuta.
Le parole sono nostre perché ci evocano qualcosa, ci ricordano qualcuno, dei momenti, degli avvenimenti.
Prova a pensarci, basta scegliere delle parole a caso: pera…azzurro…maschera…pennello…ognuno di noi le rimanda a qualcosa di personale. Non necessariamente diverso. A volte anche uguale. Ma personale.
Le parole sono nostre perché grazie ad esse diamo forma alla nostra memoria, alla nostra storia, a chi siamo.

Noi siamo le nostre parole.

Le parole collegate tra loro e ai nostri ricordi danno forma al nostro DNA semantico.
Ognuno ha il proprio, unico ed irripetibile, preziosissimo ma al tempo stesso di nessun valore se non condiviso.

Allo stesso modo il bello delle parole è che possiamo donarle a qualcun altro, magari qualcuno che sta imparando la lingua, che potrà a sua volta usarle per raccontare la sua storia, pur senza che quelle stesse parole perdano per noi alcun significato.
E noi non possiamo sapere che parola doneremo e in quale momento, perché è un dono che mettiamo a disposizione, ma che viene accettato soltanto al momento più opportuno per il beneficiario.

Pensate all’espressione “avere il dono della parola”: non la trovate un po’ insensata?
Un dono non si ha. Un dono si riceve. Forse ce lo siamo dimenticati, e la nostra lingua ce lo ricorda.

“…come una lingua straniera…”

“…un latinetto imparato – male – a scuola […] studiato come si studia una lingua straniera…”

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(Sobrero Miglietta – Introduzione alla linguistica Italiana, p.15)

‘Nuff said (Cit. Stan Lee).
Come le volete parlare, voi, le lingue?
Fate vobis.
(Latinorum).

Il dado dell’esperienza.

Le nostre parole sono il condensato della nostra vita, e rimandandosi l’una all’altra tracciano il personalissimo disegno della nostra esperienza.

Now, THAT’s a rete semantica.