Storia personale di una parola: “disposable”.

Ieri sera si parlava di fotografie con Céleste.

– Non le sopporto le macchine digitali, i selfie, il fatto che la gente le guarda e le rifà mille volte. Preferivo il vecchio stile, quando facevi la foto e basta. Penso che comprerò una…una…una di quelle che poi butti via…

– Usa e getta. Una macchina fotografica usa e getta.

– Ok! Usa e getta! Grazie!

E così mi sono ricordato che “disposable”, “usa e getta” in inglese, è probabilmente una delle prime parole che ho imparato durante il mio primo e linguisticamente fondamentale soggiorno in USA.

Partito dall’Italia l’8 agosto 2001, era probabilmente il 9 o il 10. Eravamo a Lakeland College, vicino a Sheboygan, Wisconsin, per qualche giorno di orientation prima di andare in famiglia. Stavo esplorando il campus quando trovai il negozio interno del college, con tutto il merchandising del caso: magliette, felpe, tazze, penne, matite, tutto ancora molto lontano dall’esperienza di un 17enne italiano nel 2001, roba da americani. Mentre pensavo “Questi vivono davvero come nei film!”, mi venne in mente che poteva essere una buona idea procurarmi una macchina fotografica usa e getta (eravamo ancora agli albori del digitale popolare), ma non sapevo come chiederla alla commessa. Non ricordo il giro di parole, anche perché il mio inglese all’epoca era davvero rudimentale, ma credo di aver accrocchiato assieme una versione simile seppur molto meno raffinata del tentativo di Céleste. Fatto sta che la commessa capì e mi disse, prendendomela e porgendomela:

Ah ok! A disposable camera!

A disposable camera! Esatto! Disposable! Come i “Disposable teens” di Marylin Manson che avevo ascoltato in treno con mio cugino, andando a scuola la mattina. Ne ricordavo il titolo ma non sapevo cosa volesse dire. Teenagers usa e getta. Interessante, pensai.
E fu così che da quel giorno la parola “disposable” entrò ufficialmente a far parte del mio repertorio potenziale in lingua inglese. Fu quell’ignara commessa dello store di Lakeland College, in quell’agosto del 2001, a farmi fare una copia del suo file linguistico, così che ogni volta che uso la parola “disposable” lo devo a lei. Forse un po’ anche a mio cugino e a Marylin Manson, che in qualche modo avevano preparato il terreno. Fu in quell’ultima occasione però che mi ritrovai pronto a ritenere quell’informazione, creando quei collegamenti tra il concetto di usa e getta e il significato figurato che Marylin Manson gli aveva attribuito, rendendolo così più saliente, più profondo e e più complesso, perfetto per lasciare il segno. Il seme era stato impiantato con successo, ma il processo di crescita aveva bisogno ancora di tempo e alcuni passaggi per poter dare i suoi frutti.

L’acquisizione di una lingua, chiedetelo a chiunque ne abbia davvero mai imparata una, è fatto di miriadi di piccole storie come quella sopra descritta. La lingua si impara perché ci serve, ci interessa, rappresenta per noi qualcosa di significativo. Sta tutta intorno a noi, e gli altri parlanti sono i database viventi a cui possiamo accedere per procurarci i pezzi per costruire la nostra piccola porzione di piattaforma comunicativa da attaccare alla loro. L’importante è la motivazione e l’interazione: se ci sono quelle la lingua si svilupperà di conseguenza. Sbaglia chi si concentra sull’apprendere la lingua in sé, perché usa male le sue energie e le sue risorse. Sono gli interessi e le relazioni che vanno coltivati: la lingua che se ne dirama altro non è che un sottoprodotto, un effetto collaterale. In effetti, la lingua altro non è che il residuo stratificato e riutilizzabile delle nostre interazioni sociali.

Che poi mi sono dimenticato di chiedere come si dice “usa e getta” in francese.

Update: – ho chiesto: si dice “jetable”. Très bien.

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