Buon 25 Aprile! Di ukulele, sviluppo competenze, espressività e liberazione..

È un po’ che ci rimugino (come faccio sempre), e voglio approfittare di questo 25 Aprile per un post un po’ particolare.

Parlerò sì di lingua, infatti, ma non solo. Diciamo che ci arriviamo da una prospettiva insolita.

Per cominciare dovete sapere che io sono un grandissimo fan di Amanda Palmer, la seguo dai tempi delle Dresden Dolls e a novembre finalmente l’ho vista dal vivo a Milano con la Grand Theft Orchestra.
Proprio a Milano, inconsciamente, per la prima volta sono stato esposto al mitico ukulele.

All’epoca non ci feci più di tanto caso, però evidentemente qualcosa mi restò. Altra cosa che dovete sapere è che la mia competenza musicale, a 30 anni, sta a zero: non ho mai suonato uno strumento in vita mia, non ho mai frequentato nessuno che suonasse davvero (se non per brevi e incostanti periodi), e tutto quello che so di musica passiva, cioè di ascolto, lo so un po’ grazie a mio zio Alberto, un po’ perché mi ci sono avvicinato io, perché a casa dei miei non si ascoltava NIENTE. Se di competenza passiva stavo così, ribadisco, immaginatevi la competenza attiva, cioè la produzione.

Fatto sta che Amanda fa una cosa: nel suo ultimo album (che trovate da scaricare liberamente qui) inserisce un pezzo intitolato Ukulele Anthem, l’inno all’ukulele, e io impazzisco.

La canzone parla di come tutti abbiano il diritto ad esprimersi, e di come questo diritto vada reclamato con forza. Vale per l’ukulele, dico io, come per una lingua che stiamo imparando: la competenza si acquisisce facendo, e non bisogna vergognarsi di sbagliare.

Esiste un pregiudizio terribile sia con l’arte che con le lingue: ci hanno convinto che sia una cosa per pochi.
A scuola (e non è un caso), c’erano “quelli bravi” e poi gli altri. In alcune materie era più evidente, se ci fate caso. In storia, geografia, economia, diritto, storia dell’arte magari più o meno un po’ tutti, a seconda degli interessi, riuscivano a cavarsela. Poi c’erano la matematica, la musica, e le lingue, e lì si aprivano i divari.
Perché? Perché mentre le prime sono materie molto più basate sulla conoscenza (imparare cose), le seconde sono materie basate sulla competenza (imparare a FARE cose).

Il motivo per il quale si aprivano i divari non è, come si pensa, che ci sono persone “più portate” e persone “meno portate” (una sottile ed educatissima forma di classismo), ma che il sistema che dovrebbe insegnarcele non funziona per niente, per cui chi ha modo si organizza in maniera alternativa e sta a galla, e chi non ha modo tanti saluti! Cioè, se vieni da un ambiente stimolante in cui hai imparato a mettere in campo strategie alternative per risolvere problemi e, soprattutto, a credere in te stesso allora vai avanti, altrimenti sei carne da macello.

Io, con la musica, sono sempre stato carne da macello. E sono arrivato a 30 anni assolutamente incompente, nullo, senza orecchio, senso del ritmo, nada. Una tabula rasa. Non solo. L’essere nullo mi scoraggiava ancora di più, perché esiste quel pregiudizio di cui sopra, che è una cosa per pochi: se non ti viene rinuncia, evidentemente non è la tua cosa. Che non è esattamente l’approccio incoraggiante che favorisce lo sviluppo di competenze. Feedback negativi ma nessun interesse cooperativo e dialogico. Nessuno si pone il problema che forse anche tu, con uno strumento, avresti qualcosa da dire che potrebbe interessarli. E sei lasciato lì, a marcire. Perché le cose che ti tieni dentro alla fine marciscono, lo sai sì?

Sid Vicious played a four-string Fender bass guitar and couldn’t sing
And everybody hated him except the ones who loved him
A ukulele has four strings, but Sid did did not play ukulele
He did smack and probably killed his girlfriend Nancy Spungen

If only Sid had had a ukulele, maybe he would have been happy
Maybe he would not have suffered such a sad end
He maybe would have not done all that heroin instead
He maybe would’ve sat around just singing nice songs to his girlfriend

Ma perché mai? Chi l’ha detto? Questo approccio è completamente sbagliato. Si parte dal presupposto, erroneo, che le cose prima si imparano e dopo si fanno. Sbagliato. Le cose si imparano facendole. Nessuno di noi è nato parlando la propria lingua madre (con buona pace della grammatica generativo-trasformazionale. Amen.), ma tutti noi l’abbiamo imparata provandoci, un po’ per volta. Quello di poter imparare facendo e sbagliando (tanto) sembra sia un lusso che concediamo solo a quelli che nella nostra società chiamiamo “bambini”. E infatti da adulti generalmente smettiamo di imparare. I bambini li incoraggiamo, li giustifichiamo, continuiamo a dare loro spazio di correzione e sviluppo, poi ad un certo punto decidiamo che quelle stesse identiche persone, per fattori anagrafici assegnati un po’ a caso, non sono più degne di quelle possibilità. O un adulto le cose le sa fare, oppure lo prendiamo in giro. Davvero non ci rendiamo conto che è questo che determina o no le possibilità di continuare ad imparare?
È imperativo reagire! E tra le idee fondanti alla base del concetto di Lingua 2.0 c’è proprio questo cambio di prospettiva in materia: una lingua si impara parlando, facendo un sacco di errori e di fatica, mettendo insieme un pezzo alla volta e non scoraggiandosi, perché non esiste un altro modo, checché ne dicano lor signori. Chiunque abbia mai imparato un’altra lingua o a suonare uno strumento sa quanto fatica gli è costato. Averlo fatto da bambini, con uno strumento o con una o più lingue madri ci ha banalmente offerto un ambiente sociale più tollerante nei confronti di quel processo in cui eravamo immersi. Ma chi ha detto che da grandi non possa essere lo stesso?

So play your favorite cover song, especially if the words are wrong
‘Cause even if your grades are bad, it doesn’t mean you’re failing
Do your homework with a fork
And eat your fruit loops in the dark
And bring your etch-a-sketch to work
And play your ukulele

Ukulele small and fierceful
Ukulele brave and peaceful
You can play the ukulele too, it is painfully simple
Play your ukulele badly, play your ukulele loudly
Ukulele banish evil
Ukulele save the people
Ukulele gleaming golden from the top of every steeple

È normale che all’inizio il suono faccia schifo. E che non si riesca a mettere due parole in fila. Ma fa parte del gioco. La variabile fondamentale non è che qualcuno sia “più portato” di qualcun altro, ma che dobbiamo essere consapevoli che nisciun’ è nato imparato. Questo cambio di prospettiva cambia tutto. È difficilissimo, soprattutto perché all’inizio ci sentiremo soli e ridicoli, ma in realtà pensateci: se vedete qualcuno che si impegna ad imparare la vostra lingua, anche se non si esprime come un sommo vate, lo trovate forse ridicolo, stupido e degno di scherno? E perché qualcuno dovrebbe pensarlo di voi, allora?
Se poi a prendere in giro è qualcuno che oltretutto quella cosa non la sa fare, che valore ha? L’hai mai imparata un’altra lingua? O uno strumento? Prende in giro qualcun altro per nascondersi dietro al dito di non provarci nemmeno. Prendere in giro gli altri è un modo per distogliere l’attenzione dalla nostra stessa mancanza di coraggio.

Lizzie borden took an axe, and gave her mother forty whacks
Then gave her father forty-one, and left a tragic puzzle
If only they had given her an instrument, those puritans
Had lost the plot completely
See what happens when you muzzle

A person’s creativity
And do not let them sing and scream
And nowadays it’s worse ‘cause kids have automatic handguns
It takes about an hour to teach someone to play the ukulele
About the same to teach someone to build a standard pipe bomb
YOU DO THE MATH

So play your favorite cover song, especially if the words are wrong
‘Cause even if your grades are bad, it doesn’t mean you’re failing
Do your homework with a fork
And eat your fruit loops in the dark
And bring your flask of jack to work
And play your ukulele

Ukulele, thing of wonder
Ukulele, wand of thunder
You can play the ukulele, too
In London and down under
Play joan jett, and play jacques brel
And eminem and neutral milk ho-
Tell the children
Crush the hatred
Play your ukulele naked
If anybody tries to steal your ukulele, let them take it

Una nuova lingua, come un nuovo strumento, altro non è che un ulteriore mezzo espressivo. E sapete qual’è il bello? Che il mezzo è il messaggio, e quindi attraverso il nuovo mezzo il messaggio che riusciremo a convogliare ne verrà parzialmente influenzato: per questo si dice che una persona è tante volte tale quante sono le lingue che parla. Ogni lingua, come ogni strumento, ci permette da esprimere una parte di noi stessi che altrimenti non sarebbe mai uscita. Chiunque parli più di una lingua lo sa, ed è una sensazione fantasticamente liberatoria: si scoprono aspetti di noi stessi che magari ignoravamo, e che riusciamo ad esprimere solo tramite quella particolare lingua, e magari solo con certe persone (che poi ci sarebbe da indagare il fatto che i rapporti con le persone sono sviluppati in certe lingue ben precise, e che è difficile “cambiare lingua” con una persona con cui abbiamo un rapporto ben sviluppato, perché ci sembra ridicolo. Ma questo è roba per un altro post).

Imagine there’s no music, imagine there are no songs
Imagine that John Lennon wasn’t shot in front of his apartment
Now imagine if John Lennon had composed “imagine” for the ukulele
Maybe people would have truly got the message

Esistono dei momenti, degli strumenti, delle lingue, delle persone, degli approcci privilegiati, degli spazi di serenità che sono assolutamente perfetti per fare le rivoluzioni. In genere sono spazi marginali, a cui badano veramente in pochi, perché nessuno ci vede tutto questo interesse da sfruttare e quindi vengono lasciati stare. Figli di un dio minore, piccoli Davide sottovalutati che un giorno abbatteranno Golia. L’ukulele è la mia personalissima chiave di volta per la musica, grazie ad Amanda che me l’ha fatto scoprire. L’ukulele non è il pianoforte, non è uno strumento “serio”. È una cosa di nicchia, che fanno in quattro invasati che si scambiano spartitelli su internet e che vivono all’ombra dei chitarristi. Lo conoscete un ukulelista famoso? E un chitarrista? Visto? È perfetto. È esattamente il tipo di ambiente in cui nessuno ti rompe l’anima.

Allo stesso modo, a mio modestissimo parere, funziona l’Italiano. L’Italiano, che lingua è? L’Italiano non lo impari per il business, per quello c’è l’Inglese, il Cinese, e i Tedesco. Lingue serie. Con quelle si fanno i soldi. E poi lo parlano al massimo 150 milioni di persone al mondo (tenendo pure conto di tutta l’emigrazione che ne parla rimasugli), che te ne fai? Allora studia lo Spagnolo, o l’Arabo, che lo parlano in tanti!
L’Italiano è una lingua di nicchia. Mi verrebbe da dire di lusso ma poi sembra che non tuti se lo possano permettere, ed invece non è così. È un lusso vero, non un lusso monetarizzabile. L’Italiano si impara per chiacchierare con gli Italiani, per sviluppare rapporti e relazioni, per sentirsi in famiglia. L’Italiano è una lingua che dev’essere amata, altrimenti è difficile. Ma se la ami, beh allora non c’è difficoltà che tenga, la imparerai e la continuerai a scoprire per tutta la vita.
È per questo che l’Italiano funziona bene come Lingua 2.0, perché è una lingua basata su un approccio grassroot (anche storicamente, e anche questo mi riservo di svilupparlo altrove, come concetto), sulla motivazione intrinseca piuttosto che su quella strumentale, e in cui la funzione fàtica svolge un ruolo particolarmente centrale, per motivi socioculturali.

You may think my approach is simple-minded and naïve
Like if you want to change the world then why not quit and feed the hungry
But people for millennia have needed music to survive
And that is why I promised John that I will not feel guilty

So play your favorite Beatles song
And make the subway fall in love
They’re only $19.95, that isn’t lots of money
Play until the sun comes up
And play until your fingers suffer
Play LCD soundsystem songs on your ukulele

Quit the bitching on your blog
And stop pretending art is hard
Just limit yourself to three chords
And do not practice daily
You’ll minimize some stranger’s sadness
With a piece of wood and plastic
Holy fuck, it’s so fantastic, playing ukulele
Eat your homework with a fork
And do your fruit loops in the dark
Bring your etch-a-sketch to work

Your flask of Jack
Your vibrator
Your fear of heights
Your Nikon lens
Your mom and dad
Your disco stick
Your soundtrack to “karate kid”
Your ginsu knives
Your rosary
Your new Rebecca Black CD
Your favorite room
Your bowie knife
Your stuffed giraffe
Your new glass eye
Your sousaphone
Your breakfast tea
Your Nick Drake tapes
Your giving tree
Your ice cream truck
Your missing wife
Your will to live
Your urge to cry
Remember we’re all gonna die
So play, your ukulele

Remember we’re all gonna die, So play your ukulele e coltiva le tue capacità espressive, coltiva le tue lingue. Non importa se lo suoni male, tu suonalo: con il tempo e con l’esperienza impararai. E non ti preoccupare se non ti vengono le parole, tu cercale, e soprattutto cerca persone con le quali ti piace chiacchierare, dalle quali puoi carpire pezzetti di lingua. Le persone parlano con te per quello che hai da dire, non per come lo dici: scoprire il pensiero di qualcuno che sta imparando la nostra lingua è tra le cose fiù incredibilmente fiche che io possa immaginare. L’idea c’è nella testa di quelle persone, e stanno cercando il modo di tirarla fuori. Si mettono in campo strategie elaboratissime e geniali, si inventano parole, si creano piccoli grandi frankenstein linguistici utili solo il tempo di far passare il messaggio, perché è quello l’importante. Poi, i piccoli frankenstein che funzionano meglio li teniamo e li riutilizziamo, quegli altri si fermano lì. Ma non c’è altra via di mettersi ad incollare pezzi trovati qua e là, e credetemi, è molto divertente. E già che ci siamo, non credete più a quelli che vi dicono che le lingue, come gli strumenti, si imparano PRIMA  e si suonano POI. A parte pochissimi individui, nessuno suona o parla per esibirsi: lo si fa per comunicare, cioè per vivere.

È una liberazione, vero?

Buon 25 Aprile!

🙂

 

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